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giovedì 20 aprile 2017

Peccato e pieno e deliberato consenso della volontà

La volontà è la facoltà « regina » della nostra anima; è proprio essa che ci decide a fare il bene o il male. Quando si pecca non sono le mani a peccare, o gli occhi, o la memoria, o l'intelligenza, ma è sempre e soltanto la volontà. Finché la volontà non si decide, non c'è peccato; inoltre, perché si possa peccare, si richiede che la volontà sia pienamente risoluta di trasgredire un comandamento di Dio. Appena la volontà si decide al male, il peccato è già commesso, ancorché esternamente il male non si sia ancora operato. Un esempio. Una persona, ricevuta una grave offesa, dice in cuor suo: Voglio uccidere quel tale. So di commettere un delitto e di mancare al quinto comandamento di Dio; tuttavia voglio vendicarmi! Presa la deliberazione, il peccato mortale è già fatto, quantunque il delitto si consumi dopo giorni o mesi, oppure non si consumi per timore del carcere. In questo esempio citato c'è: la materia grave, la piena conoscenza del male e la piena volontà di farlo. Quando si resta in dubbio se la conoscenza o la volontà siano state piene o no, essendoci il dubbio, non si è responsabili della colpa grave; per conseguenza non si è tenuti ad accusarsene in Confessione. Tuttavia, chi volesse confessarsene dovrebbe dire: Sono in dubbio se io abbia peccato. Esistente il dubbio, di cui ora si parla, ci si può accostare anche alla santa Comunione. È consigliabile far precedere un atto di dolore, dicendo ad esempio: Gesù mio, chi sa ti abbia io offeso in qualche modo, perdonami! Non voglio offenderti mai più!

Cosa fare?

Passata che sia la tentazione, ci sono tre casi: o si resta dubbiosi, o vincitori, o vinti. Cosa fare? Nel caso del dubbio si è spiegato or ora come comportarsi.
Quando si è vinta la tentazione, si ringrazi il Signore, dando a Lui l'onore e la gloria, perché è per l'assistenza divina che si esce vincitori da una lotta spirituale e non per valentia personale o per forza umana. Quando disgraziatamente si cede alla tentazione, non bisogna abbattersi. Chi cade, si rialzi e subito! Occorre allora umiliarsi davanti a Dio, riconoscendo la propria miseria e debolezza. Si chieda perdono al Signore, con tutto il cuore, promettendo di confessarsi al più presto; l'atto di dolore sia fatto con più perfezione possibile, cioè, più per il dispiacere di avere offeso Dio, che per il timore dei suoi castighi. È molto fruttuoso il fare una buona penitenza volontaria dopo aver ceduto a qualche grave tentazione.

(Brano tratto da "Combattimento spirituale" di Don Giuseppe Tomaselli).